No Country for Old Men (titolo italiano: Non è un paese per vecchi), di Cormac McCarthy

No Country for Old Men non è un libro facile da leggere per uno straniero. È radicato nel territorio che descrive, un deserto esaminato passo per passo: dal ciglio di un burrone, al ghiaione sotto di esso, alla costa di una collina, al fiume, al canyon, a una macchia... Nel deserto, fra i ranch, si snoda la strada e, lungo la strada, i motel, che sono sia rifugi, che luogo di imboscata. A dividere la strada dagli ingressi dei ranch ci sono gli onnipresenti cattleguards, griglie sulla carreggiata su cui gli animali non si fidano a passare; e, poco lontano, giace la frontiera col Messico.

The deputy’s right carotid artery burst and a jet of blood shot across the room and hit the wall and ran down it.
— Capitolo I

Il lessico punta all’immediatezza dei riferimenti, fonde localismi e precisione medica, botanica e geologica, indica per nome auto, calibri, armi. Questo stile sintetico e concentratissimo sulla scelta del dettaglio vale anche per le azioni e gli eventi. Se un’auto è sulla strada, McCarthy vuole che vediamo quello su cui premono le ruote e l’oscillare dei fanali. Se un personaggio si prepara a qualcosa, McCarthy vuole che seguiamo in tempo reale i movimenti delle sue mani. La struttura base, in questi passaggi, è quella di periodi composti da frasi brevissime, collegate fra loro dalla congiunzione and: la successione degli eventi è indicata dalla successione delle frasi. E questo finisce per creare una storia in cui ogni luogo, azione e tappa del percorso viene immediatamente visualizzata in modo teso e preciso: un’eredità, in parte, del progetto originario di McCarthy, che l’aveva inteso come sceneggiatura cinematografica (il libro stesso sarebbe poi stato riadattato in sceneggiatura per il famosissimo film del 2007).


L’aderenza alla lingua standard non è mai una priorità nel corso del libro; in generale, anche al di fuori dei dialoghi, troviamo forme come of invece di have, o german invece di German, o dont e didnt, che si avvicinano deliberatamente a una scrittura ad uso personale e poco formale, meno controllata, in effetti simile alla lingua come si presenta nella testa di chi la pronuncia. 

What’s the problem, officer? he said.
Sir would you mind stepping out of the vehicle?
The man opened the door and stepped out. What’s this about? he said.
Would you step away from the vehicle please.
— Capitolo I

I dialoghi sono composti di battute brevissime, inserite senza indicazioni particolari e spesso con elementi della parlata locale. Già questa citazione consente di vedere come McCarthy usi liberamente la punteggiatura, non nel suo significato logico-sintattico, non cioè come ausilio simbolico per comprendere la frase, ma per riprodurre la cadenza con cui essa viene pronunciata. Le battute quasi prive di punteggiatura di Chigurh, il secondo a parlare nella citazione, imitano la cadenza priva di pause di chi ha ripetuto una frase migliaia di volte, o di chi, in una posizione di autorità, mentre fornisce istruzioni, evita di offrire al suo interlocutore un’interruzione in cui infilarsi. Al tempo stesso, proprio questa pronuncia così tranquilla trasmette a noi lettori l’estrema freddezza di Chigurh a fronte dell’omicidio che si appresta a commettere, e ne conferma l’indifferenza verso gli altri esseri umani. La brevità stessa del dialogo, senza fronzoli, in fin dei conti banale, è necessaria alla scena, perché l’automobilista, credendo ancora di trovarsi in una situazione familiare, sia preso alla sprovvista. Chigurh non mostra agitazione, ma, stranamente, non risponde alle richieste di spiegazioni del malcapitato. E, quando questi avrà la sua risposta, sarà già morto o morente, e la risposta sarà del genere predatorio e solipsistico tipico di Chigurh: I just didnt want you to get blood on the car, he said.

I personaggi principali di No Country for Old Men sono Moss e il suo antagonista, Chigurh. Tuttavia, a introdurre i capitoli sono i monologhi dello sceriffo Bell.

MOSS È UN UOMO ORDINARIO, ma, in qualche modo, più splendente di quanto dovrebbe essere. È innegabilmente in gamba, ha una certa parlantina e sa muoversi senza difficoltà nel deserto. Nella vita di tutti i giorni è un saldatore, ma lo incontriamo per la prima volta nelle vesti di cacciatore: lo vediamo che prepara metodicamente, dalla distanza, un tiro di fucile contro un branco di antelope (un nome colloquiale per le antilocapre). Quando inciampa nel risultato di una battaglia fra dopedealer nel deserto – una carovana di morti e moribondi – ha l’occasione di impadronirsi di una borsa piena di dollari, nell’ordine dei milioni. E questo attira su di lui l’ira di commercianti di droga abituati a schiacciare una persona come una noce.

Moss prende decisioni moralmente ambigue. Mette in pericolo sé stesso ed i propri cari. Eppure, i rischi peggiori gli verranno da atti di umanità. Il primo è quello di tornare alla carovana, per portare acqua ad un morente; il secondo è di risparmiare Chigurh; il terzo è di disarmarsi per salvare la vita di una ragazza.
Il passato di Moss in Vietnam emerge lentamente. È un elemento fondamentale nella riflessione del libro sull’alterità delle generazioni: il Vietnam è stato il trauma della sua e questo gli ha impedito di trovare veramente il suo posto nella società. Sappiamo che Moss ha un lavoro come saldatore, ma il Moss che vediamo e seguiamo è costantemente solo e braccato; quando finalmente si ferma a parlare con qualcuno, costruisce muri dietro ai quali nascondersi. Questo lato di Moss, ex-cecchino, ora civile alienato, si ritrova, rispecchiato e amplificato, in un altro personaggio, dalla presenza piuttosto breve nel libro: Wells. Wells è un colonnello delle forze speciali, veterano del Vietnam, che è scomparso dai radar vent’anni prima e, da allora, ha vissuto come assassino prezzolato. Se Moss tenta di affidarsi a lui, è per cause di forza maggiore; contrariamente a Wells, Moss almeno prova a vivere nella normalità. Ma è notevole che, fra tutti i personaggi, l’unico di cui Moss accetti l’aiuto è proprio Wells, che ha attraversato la sua stessa guerra e si è separato dalla società civile. 

La borsa col denaro può essere allora vista come un’occasione di riscatto per Moss, di farcela pienamente, magari di diventare qualcun altro e liberarsi dei vecchi pesi; ma essa diventa invece il suo secondo Vietnam, destinato a piantare un cuneo definitivo fra lui e gli altri.

CHIGURH È PROBABILMENTE IL personaggio più memorabile per chi ha visto il film. Nel libro, quest’uomo piuttosto scuro, dagli occhi azzurri e l’aspetto vagamente esotico, entra in scena con i polsi ammanettati dietro la schiena, nell’ufficio del vicesceriffo che sta informando qualcuno al telefono del suo arresto: una posizione di assoluta inferiorità, da cui si libera con scioltezza e brutalità, ferendo se stesso e uccidendo l’altro. 

Quello che rende Chigurh spaventoso non è solo la sua capacità oggettiva, il fatto che le sue azioni siano il risultato di una mente attiva e concentrata tanto sull’azione quanto anche sulla prevenzione, ma il fatto che sia così a proprio agio nella violenza. Chigurh è, secondo la definizione dei vertici della malavita nel libro, l’uomo meno vulnerabile. E, per questo, non basta che sia un pistolero: certo, Moss è costretto a riconoscere la sua mira, ma anche Moss è un tiratore abilissimo. Il fatto è che Chigurh è completamente slegato da qualsiasi cosa non sia l’uccisione. Chigurh non ha una storia, come Wells, o una famiglia, come Bell e Moss. Non ha neanche veramente una parte per cui lavora: si rivolta contro gli uomini che lo avevano ingaggiato all’inizio e continua ad inseguire Moss con intenti chiarissimi, ma motivazioni molto meno chiare. Turn on a dime è un modo di dire americano per indicare volubilità e la prontezza a cambiare lato; Chigurh, occasionalmente, gioca la vita delle persone che gli stanno davanti con un lancio di moneta, che lo sappiano o meno, invitandole a scegliere: testa o croce.

Bisogna riconoscere il grande merito di McCarthy nel presentare quest’uomo, che uccide chiunque gli dia noia, non come un personaggio da cartoni animati, ma una minaccia verosimile ed inarrestabile. Inarrestabile non significa invincibile; ma gli altri, gli uomini che non sono Chigurh, anche se alienati come Moss e ancor più Wells, vivono in un mondo sociale e seguono delle regole perché esso non collassi. Proprio questi principi morali fanno sì che né Chigurh né i gruppi criminali cui fanno capo i dopedealer vengano annientati in un bagno di sangue. 

Si può dunque individuare, trattato implicitamente, un tema già esplicitato, più di quarant’anni prima, da Sciascia ne Il giorno della civetta: il tenente Bellomo, a volte, si lascia andare a sognare la sospensione dei diritti costituzionali per schiacciare la mafia come aveva fatto Mori, per poi realizzare che sarebbe l’inizio di qualcosa di peggiore. In entrambi i libri, proprio i pilastri che sorreggono la società consentono a delle figure eccezionalmente oscure, disinibite e abili di trovare o crearsi spazi in cui sussistere e prosperare. 
Si tratta di un discorso a carattere politico che oggi è particolarmente attuale: se gli elettorati in Occidente sembrano sorprendentemente stanchi di una serie di principi volti a garantire i diritti del singolo davanti a uno Stato dalle risorse pressoché infinite, è perché questi diritti, agli occhi di molti, sono stati abilmente sfruttati anche per legare le mani allo Stato dove esso avrebbe avuto il dovere di proteggere i propri onesti cittadini. Per tornare all’America, buona parte delle azioni più appariscenti del governo Trump, come bombardare vascelli civili in acque internazionali perché sospetti di narcotraffico, sembrano legate proprio al desiderio di scardinare, o, quantomeno, aggirare questi limiti e garanzie.

LO SCERIFFO BELL È, AL tempo stesso, narratore e personaggio, sempre un passo in ritardo mentre cerca di fermare il tritacarne di omicidi che si è attivato nella sua contea. È più anziano di Moss; in lui si trova un senso del dovere che è, in primis, etica del lavoro e senso di responsabilità davanti alle persone che, votandolo sceriffo, si sono messe nelle sue mani e, come dice lui, gli danno da mangiare. Lui stesso dà da mangiare ai suoi carcerati meglio di quanto dovrebbe, tanto che finisce per chiudere il bilancio in perdita, ma lo considera parte di come si riabilita un detenuto. Non è un personaggio da thriller; nel suo lavoro, rischia la vita, ma non ha mai ucciso. Visita alcuni suoi arrestati nel braccio della morte, cercando di essere una presenza confortante, e persino durante l’esecuzione, anche se non ha alcun dovere di farlo. In una storia in cui la religione latita, è Bell a menzionare Dio, a parlare dell’insoddisfazione di chi vede un mondo, come quello della stampa, dove Dio è stato estirpato; è lui, veterano della liberazione della Francia durante la seconda guerra mondiale, a chiedersi se davvero sia stata l’opposizione interna a spezzare i soldati mandati in Vietnam, le urla di «babykiller!», e non il fatto di averli inviati in guerra con un fucile, ma senza Dio. Bell è il sacerdote di una religione della cura e della memoria.

Ma Bell viene anche da un mondo meno violento e, nel trovarsi alle prese con la scia di morte che sconvolge la sua regione, incapace di arginarla, dubita di essere la persona giusta. Per affrontare quello che ha incontrato, osserva all’inizio del libro, bisognerebbe mettere a rischio la propria anima: fin dalle prime pagine, dunque, ricorre il tema del mostro che può essere abbattuto solo rinunciando ai propri valori. Il senso di inadeguatezza che Bell nutre verso di sé non è del tutto errato. Ha dei dubbi, probabilmente ingiustificati, sul proprio valore durante la guerra in Francia; ma proprio la sua capacità di ottenere fiducia ed il suo altruismo diventano, senza che lo possa sapere, strumenti per criminali senza scrupoli.

Moss e Bell hanno diversi tratti in comune. Le loro mogli, andate in sposa giovanissime a un veterano, sono il centro della loro vita. Loretta in particolare, la moglie di Bell, è spesso descritta come meravigliosa nella sua normalità e una forza di miglioramento per Bell e la contea. Né Moss né Bell hanno figli; Bell ha perso una figlia trent’anni prima. Entrambi hanno i loro vecchi, che, però, compaiono quando la storia principale si è già conclusa e spiegano qualcosa sulle origini di Moss e Bell. Moss avrebbe potuto ambire ad essere Bell, se Moss fosse stato della stessa generazione di Bell. Ed è proprio Bell a interrogarsi sulla differenza fra le generazioni. Le sue prime parole, nell’introduzione al primo capitolo, sono dedicate alla comparsa di un tipo di uomo per lui nuovo, che uccide senza passione o movente, matura nel desiderio di uccidere e infine compie il delitto, senza un motivo al di fuori di sé. 

Un lettore potrebbe pensare a Raskolnikov, il cui delitto si sviluppa nella sua mente mentre giace solo in una stanza. No Country for Old Men, tuttavia, non contiene meditazioni dostoevskiane, non c’è un tentativo di spiegare l’arrivo al male pratico. Invece, l’obiettivo è puntato più sulla sua esplosione e sul conflitto di chi vive al suo margine, come Moss, che non vuole esserne ingoiato o annientato. 

La meditazione morale di Bell, invece, è quella di chi con questo male non vuole collaborare e non vuole arrendercisi. Nelle sue parole, rimane la ricerca di comprensione e di conversione. Anche quando un arrestato e condannato gli ride in faccia per il suo buon cuore e descrive i propri crimini nel modo più osceno, non cambia idea. Quando vede l’insofferenza e il dileggio fra persone separate da età, cultura e credo politico, cerca di spiegare, di ottenere comprensione. Il suo ritiro dalla professione di sceriffo è un rifiuto di darsi al male per affrontare il male. E la sua conclusione è la promessa di chi lavora a qualcosa di duraturo in una terra senza pace; una promessa che dura.

Non è un paese per vecchi. Versione recensita: Cormac McCarty, No Country for Old Men, London, Picador, 2010. 319 pagine. 5,99 € (edizione ebook Kindle).