Dostoevskij e la sindrome di Stendhal

di Edson José Amâncio*

Stendhal

Il 22 gennaio 1817, dopo aver visitato la chiesa francescana di Santa Croce, Stendhal annotò nel suo diario:

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«Là, a destra della porta, v’è la tomba di Michelangelo; più lontano, ecco la tomba di Alfieri, scolpita da Canova: riconosco questa grande figura d’Italia. Poi noto la tomba di Machiavelli e, faccia a faccia con Michelangelo, riposa Galileo. [...] Quali uomini! Che riunione stupefacente! La mia emozione è così profonda, che quasi raggiunge la pietà. La malinconica religiosità della chiesa e i suoi semplici archivolti lignei, la sua facciata, ancora non terminata, tutto questo parla vivamente al mio animo.»

Nel braccio settentrionale del transetto della chiesa, dove Stendhal poteva vedere la cupola decorata dagli affreschi di Volterrano – un pittore del seicento fiorentino – le sue emozioni strabordarono fin quasi nell’estasi.

«Là, seduto sul gradino di un inginocchiatoio, la testa riversa e appogiata allo schienale per poter contemplare il soffitto, le Sibille del Volterrano mi diedero forse il più grande piacere che qualunque dipinto mi avesse mai dato. […] Ero giunto a quel punto d’emozione dove s’incontrano le sensazioni celesti date dalle belle arti e dai sentimenti appassionati. Nell’uscire da Santa Croce, il mio cuore batteva in modo irregolare […], la vita era spossata in me, camminavo temendo di svenire».
— Stendhal, Roma, Napoli e Firenze, 22 gennaio 1817

Il medico Graziella Magherini battezzò la sindrome di Stendhal in una pubblicazione del 1989. La maggior parte dei turisti stranieri in cura all’ospedale di Santa Maria Nuova nell'arco del decennio precedente aveva presentato disturbi psicologici acuti, che duravano da due a otto giorni o più. Tali disturbi erano caratterizzati da due tipi di manifestazione clinica: mentale e psicosomatica. Lo stato mentale della sindrome di Stendhal prende la forma di disturbi del senso della realtà, descritti come sentimenti di stranezza o alienazione; percezione alterata di suoni e colori; e il delirio di essere perseguitati in relazione all’ambiente immediato. I sintomi psicosomatici includono tachicardia, dolori al petto, debolezza, sudore e a volte dolori al ventre, accompagnati ognuno di solito da ansia o confusione. Il profilo psicologico di tali pazienti è di single relativamente giovani, sensibili, impressionabili e che viaggiano per conto proprio (o forse con un’altra persona) e che stanno venendo in contatto con grandi opere d’arte senza la mediazione di una guida professionale.

L'antica facciata dell'ospedale di Santa Maria Nuova in una tela di Fabio Borbottoni (1820-1902).

L'antica facciata dell'ospedale di Santa Maria Nuova in una tela di Fabio Borbottoni (1820-1902).

Dostoevskij

Lo scrittore russo Fëdor Michailovic Dostoevskij (1821-1881), autore fra gli altri di libri come L’idiota, Delitto e castigo, I demoni e I fratelli Karamazov, soffriva di epilessia, e presentava probabilmente un'epilessia parziale secondariamente generalizzata, con un possibile coinvolgimento del lobo temporale (note 2-9). Queste supposizioni sono supportate dalle testimonianze di dottori che lo ebbero in cura, da appunti degli amici e parenti dello scrittore, dai suoi propri scritti, così come dalla descrizione particolareggiata delle caratteristiche delle crisi epilettiche nei suoi romanzi, specialmente nei casi di Elena in Umiliati e offesi, del principe Myškin ne L’idiota, di Kirilov ne I demoni e di Smerdjakov ne I fratelli Karamazov.

Dostoevskij pubblicò il suo primo romanzo, Povera gente, quando aveva 23 anni. Il libro ricevette il supporto entusiasta del più importante critico letterario dell’epoca, Vissarion Belinskij, portando così il giovane autore alla fama immediata. Nel 1847 Dostoevskij fu però imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo di San Pietroburgo per aver partecipato a incontri clandestini a casa di un agitatore professionista, Petraševskij, il cui obiettivo era la propagazione della rivoluzione e la liberazione dei servi della gleba. Dopo un anno in carcere, Dostoevskij ricevette la sentenza: morte per fucilazione sulla pubblica piazza. All’ultimo minuto, con i prigionieri già allineati e legati ai loro posti, la pena fu loro mutata nell'esilio in Siberia.

La falsa fucilazione nel disegno di un contemporaneo. Petraševkij è il condannato più a destra.

La falsa fucilazione nel disegno di un contemporaneo. Petraševkij è il condannato più a destra.

Dostoevskij rimase in Siberia per nove anni: quattro come prigioniero comune nella fortezza di Omsk e cinque come soldato nel battaglione Semipalatinsk. Là incontrò la sua prima moglie, Maria Dmitrievna, la vedova di un ex-impiegato pubblico. Nel 1856 ottenne il permesso di tornare in Europa, vivendo prima a Tver' e poi a San Pietroburgo. Pubblicò le Memorie dalla casa dei morti, un impressionante rapporto delle sue esperienze di prigionia, che gli guadagnò la simpatia dei lettori e diede nuova vita alle sue relazioni letterarie, sopite dopo quasi un decennio di esilio. (10) Dopo la morte della prima moglie nel 1864, passati pochi anni si sposò con Anna Grigor'evna Sniktina, con cui partì per un viaggio attraverso l’Europa. Sul percorso verso Ginevra decise di fare una breve pausa nel viaggio e di visitare Basilea. Lo scopo della visita era vedere il quadro Cristo morto nella tomba, dell’artista tedesco Hans Holbein il Giovane, di cui aveva sentito parlare. (11)

Anna Grigor'evna Snitkina, dal 1866 Anna Grigor'evna Dostoevskaja.

Anna Grigor'evna Snitkina, dal 1866 Anna Grigor'evna Dostoevskaja.

La testimonianza di Anna Grigor'evna

Secondo il diario di Anna Grigor'evna, Dostoevskij si comportò stranamente quando vide il quadro di Holbein:

«Durante il viaggio a Ginevra, ci fermammo a Basilea per visitare il museo, dove c’era un quadro di cui mio marito aveva sentito parlare. Questo era una pittura di Hans Holbein, rappresentante Cristo dopo il suo inumano martirio, ora tolto dalla croce e nel processo della decomposizione. La visione del volto tumefatto, pieno di ferite sanguinolente, era terribile. Il quadro ebbe un effetto opprimeente su Fëdor Michailovic. Rimase in piedi davanti ad esso, come stordito. E io non avevo la forza di guardarlo – era molto doloroso per me, specialmente nelle mie condizioni [era incinta] – e andai in altre stanze. Quando tornai, dopo quindici o venti minuti, lo trovai conficcato allo stesso posto, di fronte al quadro. Il suo volto agitato mostrava una specie di paura, qualcosa che avevo notato più di una volta in precedenza, nei primi momenti di un attacco epilettico. Con calma presi mio marito per il braccio, lo portai in un’altra stanza e lo feci sedere su una panca, aspettandomi un attacco in ogni momento. Grazie al cielo, questo non arrivò. Si calmò un poco alla volta e lasciò il museo, ma insistette di tornare di nuovo là, a vedere questo quadro, che l’aveva impressionato tanto.»
(12)

Dostoevskij descrisse dettagliatamente queste impressioni nel romanzo L’idiota:

«[…]si trattava di un Cristo deposto dalla croce.
Normalmente, gli artisti che affrontano questo soggetto fanno in modo di dare a Cristo un viso bellissimo: un viso che gli orrendi supplizi non sono riusciti a deformare. Invece, nel quadro di Rogožin, si vede il cadavere di un uomo che è stato straziato prima di essere crocifisso, un uomo percosso dalle guardie e dalla folla, che è stramazzato sotto il peso della croce e che ha sofferto per sei ore (secondo il mio calcolo) prima di morire. Il viso dipinto in quel quadro è proprio quello di un uomo appena tolto dalla croce; non è irrigidito dalla morte ma è ancora caldo e, starei per dire, vitale. La sua espressione è quella di chi sta ancora sentendo il dolore patito. Un viso di un realismo spietato. Io so che, secondo la Chiesa, fin dai primi secoli, Cristo, fattosi uomo, soffrì realmente come un uomo e che il suo corpo fu soggetto a tutte le leggi della natura. Il viso del quadro è gonfio e sanguinolento; gli occhi dilatati e vitrei. Ma, nel contemplarlo, si pensa: «Se gli apostoli, le donne che stavano presso la croce, i fedeli, gli adoratori e tutti gli altri videro il corpo di Cristo in quello stato, come poterono credere all’imminente resurrezione? Se le leggi della natura sono così potenti, come farebbe l’uomo a dominarle quando la loro prima vittima è stato proprio Colui che, da vivo, impartiva i suoi ordini alla stessa natura, Colui che disse: “Talitha cumi!” e la bambina morta resuscitò; Colui che esclamò: “Alzati e cammina!”, e Lazzaro, che era già morto, uscì fuori dal suo sepolcro?» Guardando quel quadro, si è presi dall’idea che la natura non sia altro che un mostro enorme, muto, inesorabile, una macchina immensa ma sorda e insensibile, capace di afferrare, lacerare, schiacciare e assorbire nelle sue viscere un Essere che, da solo, valeva come la natura intera con tutte le sue leggi e tutta la terra, che, forse, fu creata solo perché potesse nascere quell’uomo! [...] Dentro di esso, non c’è nessuno fra quelli che erano soliti seguire Gesù. In quella sera, una sera che annientava le loro speranze e forse anche tutta la loro fede, coloro che seguivano Gesù dovettero provare un’angoscia senza nome. Atterriti, si dileguarono, sostenuti soltanto da una grande idea, un’idea che nessuno avrebbe più potuto togliergli o cancellargli: se il Maestro, alla vigilia del supplizio, avesse potuto vedere la propria immagine, sarebbe salito lo stesso sulla croce? Sarebbe morto nel modo in cui morì?»
(13)
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Nella stessa opera, Dostoevskij cita di nuovo il quadro di Holbein, una riproduzione del quale era appesa sul muro di Rogožin:

«Quel quadro! […] Osservando quel quadro, c’è da perdere ogni fede.»
(13)

Dostoevskij potrebbe aver mostrato sintomi della sindrome di Stendhal in altre occasioni. In un articolo pubblicato nel 1861 sulla rivista Epocha, di cui era caporedattore, intitolato Dobruljov e l’arte, mise in chiaro che ammirava i capolavori antichi e italiani, in particolare l’Apollo del Belvedere, la cui bellezza idealizzò così:

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«Un’immagine maestosa e infinitamente bella»

 che generava «una sensazione del divino» ed era capace di causare un «mutamento interiore» duraturo nelle anime di coloro che l'avessero contemplata. (14)

Secondo le parole di Anna Grigor'evna, a Firenze Dostoevskij lodava incessantemente le famose porte di bronzo del Battistero di San Giovanni. Gli sarebbe piaciuto avere una riproduzione fotografica a grandezza naturale del capolavoro di Lorenzo Ghiberti e, in particolare, avere la Porta del Paradiso sempre sott’occhio nel suo studio. (15)

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I quadri giocarono un ruolo importante nelle opere di Dostoevskij, nei suoi romanzi e nei suoi articoli giornalistici. Partecipano ai romanzi, come quadri reali ricordati e composizioni pittoriche immaginate. Secondo Jacques Catteau, quando era davanti al quadro di Holbein, Dostoevskij appariva mutato, «come se inchiodato sul posto», con il suo volto trasfigurato dall’entusiasmo o sconvolto dal terrore, «come all’inizio di una crisi epilettica». Questo incantamento con i quadri durava diversi minuti e a volte ore, e Dostoevskij, senza preoccuparsi di una possibile multa, avrebbe avvicinato una sedia il più possibile, per assimilare meglio il dipinto. Era di umore estatico quando vide il Cristo della moneta di Tiziano, la Madonna sistina di Raffaello, l’Acis et Galatée di Claude Lorrain, la Madonna di Holbein a Dresda, la Santa Cecilia di Raffaello a Bologna e la Madonna della Seggiola a Firenze, o di mistico terrore, quando vide il Cristo morto di Holbein a Basilea. (16)

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A confrontare il comportamento di Dostoevskij davanti al quadro di Holbein (dalla testimonianza di Anna Grigor'evna e dalle impressioni che Dostoevskij stesso ha lasciato ne L’idiota, che venne praticamente scritto tutto a Firenze) con il comportamento descritto da Graziella Magherini nei pazienti davanti a celebri opere d’arte a Firenze, c’è la chiara impressione che avvertì i sintomi della sindrome di Stendhal durante quella visita al museo a Basilea. Nel contemplare il quadro, rimase in uno stato di estasi e perplessità per mezz’ora o più, con lo sguardo fisso, respirazione sospesa e una profonda affezione emotiva, finché venne rimosso dalla stanza da sua moglie, che temeva una crisi epilettica. Secondo Anna, aveva la stessa espressione in volto che precedeva i suoi attacchi epilettici, che le erano ben familiari: al punto che, quando tornò nella sala, sentì che una reazione stava iniziando, che avrebbe potuto risultare in una delle innumerevoli crisi, e lo guidò immediatamente fuori dalla stanza.

Non possiamo sapere se Dostoevskij avrebbe avuto davvero una crisi epilettica, se fosse rimasto nella sua contemplazione estatica del quadro. Né sappiamo nulla di un’epilessia pregressa in alcuno dei pazienti del dottor Magherini, che constata che non vennero compiuti esami all’elettroencefalogramma; questi avrebbero potuto offrire un contributo in più per comprendere i fenomeni presentati da questi pazienti. In ogni caso, nelle storie personali dei pazienti diagnosticati con la sindrome di Stendhal a Santa Maria Nuova, la raccolta dati fu significativa: più della metà dei pazienti avevano avuto almeno un contatto precedente con uno psichiatra o psicologo, ma non avevano necessariamente proseguito la terapia, o non erano stati necessariamente ricoverati. Le storie psichiatriche erano più comuni fra coloro i cui sintomi erano di natura mentale (senso della realtà alterato e percezione distorta) e non di natura fisica (cioè psicosomatica). È possibile che la natura sensibile dello scrittore, da grande artista qual era, e la presunta epilessia del lobo temporale, possano aver contribuito in qualche modo ai sintomi descritti. Comunque, non è possibile escludere che il comportamento di Dostoevskij davanti al Cristo morto non sia stato una manifestazione complessa parziale di epilessia. Ci sono indicazioni innumerevoli della religiosità fervente che Dostoevskij professò durante la sua vita.

La rottura stessa di Dostoevskij con Belinskij rivela le sue inflessibili convinzioni religiose.

Belinskij.

Belinskij.

Oltre a essere un'importante figura simbolo della cultura russa del XIX secolo, Belinskij era una delle personalità più rilevanti all’alba della carriera letteraria di Dostoevskij. Fu la sua lode critica del romanzo Povera gente a causare l’improvvisa fama dell’autore negli anni 1840, e Belinskij lo prese sotto le proprie ali non solo in relazione alla letteratura, ma anche come mentore morale e spirituale. Dostoevskij nutriva grande ammirazione e amicizia nei suoi confronti. Ciononostante, questi sentimenti non prosperarono e Dostoevskij ruppe definitivamente con lui dopo l’ironico riferimento di Belinskij a Cristo:

«[riferendosi a Dostoevskij] Davvero, mi commuovo ogni volta che lo guardo. Ogni volta che menziono il nome di Cristo, la sua faccia cambia espressione, come se stesse per scoppiare in lacrime.»
(17)

Tutto indica che questa reazione potrebbe essere stata provocata solo da parole profondamente offensive verso Cristo.

Il circolo Belinskij: Da sinistra verso destra: ?, Gončarov, Turgenev, Belinskij, Nekrasov, ?, Dostoevskij, che discute con Belinskij, Grigorovič, ?

Il circolo Belinskij: Da sinistra verso destra: ?, Gončarov, Turgenev, Belinskij, Nekrasov, ?, Dostoevskij, che discute con Belinskij, Grigorovič, ?

È anche importante citare le esatte parole della famosa lettera che Dostoevskij scrisse a Fonvizin appena ebbe abbandonato il carcere siberiano:

«Se alcuno dovesse provarmi che Cristo è fuori della verità, e che in realtà la verità non è in Cristo, allora preferirei stare con Cristo che con la verità.»
18

L’esacerbarsi dei sentimenti religiosi è uno dei tratti della personalità dell’epilessia del lobo temporale, come indicato da diversi autori, seguendo Geschwind e Waxman negli anni settanta. (19-21) Dostoevskij vi richiama l’attenzione in diversi suoi personaggi, come Alexej e lo starets Zossima ne I fratelli Karamazov. Comunque, la descrizione più notevole di tratti personali interittali nell’epilessia del lobo temporale appare nel principe Myškin de L’idiota. (22) (23)

Dostoevskij disse un numero di volte incalcolabile che il fatto centrale di tutta la sua vita era l’esistenza di Dio. È possibile che questa fervente cristianità, che diede forma a tutta la sua vita, lo rese abbastanza sensibile da arrivare alla sua dichiarazione alla vista del Cristo morto, che questa era un’immagine estremamente umanizzata e angosciosa del Cristo morto, senza la trascendenza generalmente coinvolta nella rappresentazione di Cristo fatta da altri artisti. È questo che, probabilmente, lo motivò a pronunciare la famosa frase registrata da Anna Grigor'evna, e, più tardi, messa in bocca al personaggio del principe Myškin nel romanzo:

«Posto di fronte a un dipinto come questo, un uomo potrebbe perdere la sua fede.»

Concludendo, le annotazioni nel diario della seconda moglie di Dostoevskij, Anna Grigorievna, e i riferimenti di Dostoevskij stesso al dipinto Cristo morto del pittore tedesco Hans Holbein nel romanzo L’idiota, suggeriscono con forza che, davanti al quadro, Dostoevskij presentò dei sintomi che coincidono con quelli attribuiti a pazienti con la sindrome di Stendhal o, in altre parole, emozioni esacerbate, una specie di estasi e distacco dalla realtà, contemplazione estatica e disagio fisico davanti a un’opera d’arte.

Note

(*) Neurochirurgo, Posgraduation Student, Federal University of São Paulo (EPM-UNIFESP), São Paulo SP, Brazil
1. Magherini G. La sindrome di Stendhal. 3. Ed. Milan: Ed. Ponte Alle Grazie, 2003
2. Amâncio EJ, A epilepsia em Dostoiévski. Jornal Che Vuoi? (São Paulo), 1988;3:2-4.
3. Amâncio EJ, Zymberg ST, Pires MFC. Epilepsia do lobo temporal e aura com alegria e prazer. Arq Neuropsiquiatr 1994;52;2:252-259
4. Amâncio EJ. Epilepsia na vida e na obra do escritor russo Fiodor Mikhailovitch Dostoievski: uma contribuição involuntária à neurologia. O Dendrito 2003;9:60
5. Gastaut H. Fyodor Mikhailovitch Dostoevsky’s involuntary contribution to the symptomatology and prognosis of epilepsy. Epilepsia 1978; 19:186-201.
6. Gastaut H. New comments on the epilepsy of Fyodor Dostoevsky. Epilepsia 1984;25;4:408-411.
7. Alajouanine T. Dostoievski’s epilepsy. Brain 1963;86:114-133.
8. Alajouanine T. Littérature et épilepsie: l’expression littéraire de l’extase dans les romans de Dostoievski et dans les poèmes de Saint Jean de la Croix. In Dostoiévski, Paris: Cahier de l’Herne 1973;309-324.
9. Voskuil PHA. The epilepsy of Fyodor Mikhailovitch Dostoevsky (1821-1881). Epilepsia 1983;24:658-667.
10. Frank J. Dostoievski, The seeds of revolt 1821-1849. Princeton: Princeton University Press, 1979:239-257.
11. Frank J. Dostoiévski: the miraculous years, 1865-1871. Princeton: Princeton Univ Press, 1995;220-222.
12. Dostoïevskaïa AG., Carnets - Correspondance de F.M. Dostoïevski et A.G. Dostoïevskaïa. Vol. I, Moscow: "Radouga" Publishers, 1986;342-344.
13. Dostoiévski FM. O Idiota, Trad. by José Geraldo Vieira. Rio de Janeiro: José Olímpio Editora, 1967;415-416. Traduzione italiana: F.M. Dostojevskij, L'idiota, in Grandi romanzi, Newton Compton, Roma 2002-2011
14. Dostoiévski FM: Récits, Chroniques et polémiques. Paris. Bibliothèque de La Plêiade, Ed. Gallimard, 1969;1052.
15. Dostoevskaja AG. Dostoevskij mio marito. Milano: Editora Tascabili Bompiani, 1977:133.
16. Catteau J. La creation littéraire chez Dostoiévski. Paris: Éditions Institut d’Études Slaves, 1978:37.
17. Frank J. Dostoievski: the miraculous years, 1865-1871. Princeton: Princeton Univ Press, 1995:229.
18. Frank J. Dostoievski: the stir of liberation, 1860-1865. Princeton: Princeton Univ Press, 1988:299.
19. Waxman SG, Geschwind N. Hypergraphia in temporal lobe in epilepsy. Neurology 1974;24:629-636.
20. Waxman SG, Geschwind N. The interictal behavior syndrome of temporal lobe epilepsy. Arch Gen Psychiatry 1975;32:1580-1586.
21. Trevisol-Bittencourt PC, Troiano AR. Síndrome de personalidade interictal na epilepsia do lobo temporal não-dominante. Arq Neuropsiquiatr 2000;58:548-555.
22. Souza LC, Mendes MFSG. Príncipe Liev Nikoláievitch Míchkin ("O Idiota", Fiódor Dostoevsky) e a síndrome de personalidade interictal na epilepsia do lobo temporal. Arq Neuropsiquiatr 2004;62:558-564.
23. In tutti questi casi, l'eccesso nevrotico del sentimento religioso si accompagna alle crisi, ed è possibile che Dostoevskij fosse conscio del fatto che alcuni aspetti della propria religiosità, quelli aspetti più palesemente isterici, derivassero dalla propria malattia. (Nota del traduttore)

Licenza

Questo testo rappresenta una traduzione dell'articolo Dostoevsky and Stendhal's sydrome, a sua volta la traduzione inglese di Dostoiévski e a síndrome de Stendhal. Citazione:

EDSON JOSÉ AMÂNCIO, Dostoevsky and Stendhal’s sydrome, in « Arq. Neuro-Psiquiatr.», vol.63, no.4, São Paulo Dec. 2005

consultabile online e distribuito con una licenza Attribution-NonCommercial 4.0 International (CC BY-NC 4.0). Il testo è stato tradotto e riportato, con l'esclusione dei due paragrafi introduttivi Asbstract e Methods e aggiungendo le immagini.

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Tomba di Galileo: "Basilica Santa Croce din Florenta6" di Cezar Suceveanu - Opera propria. Con licenza CC BY-SA 4.0 tramite Wikimedia Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Basilica_Santa_Croce_din_Florenta6.jpg#/media/File:Basilica_Santa_Croce_din_Florenta6.jpg

"Volterrano, Incoronazione della Vergine e Sibille nella volta della cappella niccolini, 1653-61, 01" by Sailko - Own work. Licensed under CC BY 3.0 via Wikimedia Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Volterrano,_Incoronazione_della_Vergine_e_Sibille_nella_volta_della_cappella_niccolini,_1653-61,_01.JPG#/media/File:Volterrano,_Incoronazione_della_Vergine_e_Sibille_nella_volta_della_cappella_niccolini,_1653-61,_01.JPG

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