Due recensioni: La fiction "Chernobyl" di HBO e il libro "Manual for Survival" di Kate Brown

La serie Chernobyl, prodotta dall’emittente americana HBO nel 2019 e trasmessa in Italia da Sky Atlantic e poi da La7, ha ottenuto un grande successo di ascolti e l’approvazione della critica, da noi come all’estero. La fiction segue principalmente le due storie dello scienziato Legasov e di Ljudmila. Spiccano inoltre il vicepremier sovietico Shcherbina e la fisica bielorussa Khomyuk.

La storia di Ljudmila è quella di una persona qualsiasi travolta dal disastro. Una notte, la vicina centrale atomica di Chernobyl esplode e suo marito Vasilij, un pompiere, si precipita a spegnere l’incendio. Lui e i suoi colleghi assorbono una dose letale di radiazioni e vengono trasferiti in un ospedale a Mosca. Ljudmila riesce a seguirlo e ad accudirlo, contro la volontà del personale sanitario. Vasilij muore. Ljudmila è incinta, ma ha assunto troppe radiazioni tramite l’incidente e il contatto con il marito. Rilocata a Kiev, abortisce.

Legasov è invece uno scienziato nella commissione preposta da Mosca ad arginare la catastrofe. Nonostante la propria inferiorità davanti al potere dei rappresentanti del governo sovietico, Legasov riesce a farli passare dal rigetto e dalla minimizzazione delle notizie negative all’accettazione della gravità degli eventi. Legasov viene dunque inviato alla centrale con il vicepremier Shcherbina. Qui i due, dopo rapporti inizialmente burrascosi, lottano contro il dipanarsi del disastro. Hanno a disposizione uomini e mezzi, ma la salute di tutti loro sarà irrimediabilmente rovinata.

A Legasov si accosta Ulana Khomyuk. Il vento radioattivo ha percorso centinaia di chilometri ed è arrivato nel laboratorio della fisica bielorussa, attivandone gli allarmi di contaminazione. La Khomyuk scopre così il disastro mentre è ancora segreto. Per tutta la serie, Ulana ricerca la causa ultima dell’esplosione, teoricamente impossibile.

Khomyuk finalmente trova la spiegazione in un articolo scientifico reso segreto dal Partito, ma scopre anche che Legasov sapeva già tutto, fin dal principio. Legasov stesso, infatti, è un membro dell’apparato sovietico. E ora Khomyuk e Shcherbina prendono rispettivamente il ruolo dell’angelo custode e del diavolo tentatore: la Khomyuk chiede che Legasov riveli a tutti la verità, mentre Shcherbina, che pure è stato nobilitato agli occhi dello spettatore dal sacrificio della propria salute e dall’aiuto che ha fornito a Legasov, lo mette in guardia dalle conseguenze di un tale gesto.

Testimone al processo ai vertici della centrale, Legasov decide di dire la verità, discolpando in gran parte gli accusati e accusando invece un difetto strutturale della centrale e, di conseguenza, il sistema sovietico, che ha nascosto le informazioni che avrebbero potuto impedire il disastro. Il KGB porta via Legasov. La serie si chiude con la frase:

«Questo è infine il dono di Chernobyl. Dove un tempo avrei temuto il prezzo della verità, ora mi chiedo: qual è il prezzo delle menzogne?»

Essa offre la chiave di lettura per gli eventi, che la serie ha rappresentato come una liturgia dei martiri. I martiri della lotta contro le radiazioni, gli eroi sovietici, i pompieri, i minatori (con scene da Divina Commedia), i liquidatori, i sommozzatori, Scherbina stesso, diventano martiri traditi dalle menzogne di cui l’Unione Sovietica ha bisogno per salvaguardare e giustificare la propria esistenza. Ulana Khomyuk, con il suo soggiorno in cella, rappresenta i martiri per la ricerca e la diffusione della verità. Legasov è un martire di entrambi i tipi. Anche il fatto che faccia la propria professione di fede durante un processo, come in una passio, per poi essere portato via, non sembra un caso. E il titolo «Memoria eterna» (Vichnaya Pamyat) dell’ultima puntata sembra alludere, attraverso i versi di un canto funebre, a un passaggio dalla gloria imposta dall’alto del sistema sovietico a quella dei santi, al di sopra dei sistemi politici. Come nell’Antigone di Sofocle, si trova il contrasto fra una legge umana, brutale imposizione e frutto del dominio, e una legge superiore, che può fregiarsi solo della spinta delle coscienze, manca della forza delle armi, ma la cui infrazione pure porta a terribili conseguenze.

Una serie tanto bella e di tale successo è destinata a influire molto sul modo in cui, d’ora in poi, il pubblico si rappresenterà gli eventi di Chernobyl. In effetti, se la dichiarazione di Legasov al processo è presumibilmente spuria, i personaggi, a parte l’angelica Khomyuk, sono molto realistici. Ma anche Ulana Khomyuk viene giustificata chiarendo, nei titoli di coda dell’ultima puntata, che il suo personaggio è sì di per sé inventato, ma rappresenta il grande numero di scienziati sovietici che offrì le proprie competenze davanti all’emergenza, anche a rischio di inimicarsi il Partito. Questo spiega perché il suo personaggio sia tanto simile a un’allegoria della coscienza.

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Anche il libro della storica americana Kate Brown Manual of Survival. A Chernobyl Guide to the future è uscito nel 2019. Si tratta di un’opera ovviamente diversa per mezzo, genere e intenti. Nelle circa 300 pagine di testo, seguite da altre 100 di note e indici, viene ricostruita la storia umana e ambientale delle aree contaminate dal disastro e dell’impatto che esse hanno avuto nei decenni seguenti.

L’Unione Sovietica riceve una descrizione complessa. È uno stato di polizia, dove anche alle cariche più alte gli ufficiali temono di rovinarsi fornendo cattive notizie. Il mondo della ricerca è appannaggio degli uomini e sorvegliato con geloso maschilismo. Anche l’agricoltura è rimasta tecnicamente indietro. Eppure, questa stessa URSS è capace di prodezze tecnologiche stupefacenti, a partire dalla capacità, una routine per il governo comunista, di usare l’aviazione per causare sole o pioggia a piacimento. Un tema importante nel libro è come l’Occidente sottovalutava la scienza del blocco comunista, confondendone la relativa povertà con incapacità. Non che Brown rappresenti l’URSS come un paradiso: al contrario, parla delle difficoltà di sfamarsi mentre ci lavorava. Tuttavia, la competenza degli scienziati sovietici è ben argomentata da Brown, anche attraverso le parole di occidentali che collaborarono con essi dopo la catastrofe.

Brown spiega i due metodi usati da Est e Ovest per valutare gli effetti delle radiazioni. A Est, ricerche durate decenni sulla popolazione di aree contaminate in incidenti avevano portato alla creazione di una categoria, quella della sindrome da radiazione cronica, priva di un equivalente in Occidente. Si trattava di una classe contenitore in cui venivano inseriti sintomi e problemi di salute di vario tipo, il cui insorgere in quantità anomale veniva addebitato appunto all’assunzione di radiazioni basse sul lungo periodo.

In Occidente, invece, esisteva uno standard di tipo statistico, desunto dallo studio iniziato negli anni ‘50 dei superstiti dei bombardamenti atomici in Giappone. In questo sistema, il rischio per la salute cresce con la quantità di radiazioni assunte. Eppure, dice Brown, il metodo aprioristico occidentale è reso problematico dall’incertezza dei dati su cui si fonda. Lo studio è iniziato ben cinque anni dopo i bombardamenti, mentre la radioattività del territorio è stata ignorata e l’esposizione alle radiazioni è stata calcolata sulla base della distanza dall’epicentro dell’esplosione atomica, a volte sulla base di informazioni inaffidabili, basandosi per esempio sui resoconti dei parenti di una vittima per determinarne la posizione.

La realtà della regione della Polesia, l’area a cavallo di Bielorussia e Ucraina maggiormente contaminata, è molto diversa. Qui la radioattività si è depositata nel povero terreno paludoso, è assorbita da erba, alberi, funghi e bacche, viene mangiata dalle bestie, che la concentrano nel loro latte e nella loro carne, e dagli uomini, poi distribuita nuovamente nei campi attraverso il letame. Uno dei temi del libro è come la radioattività può solo decadere per conto proprio. Per il resto, gli isotopi possono solo essere spostati. E questo porta la radioattività in Europa quando l’Ucraina, in tempi recenti, inizia ad esportare in occidente i suoi frutti di bosco, contaminati sì, ma in quantità accettabili per le nostre norme attuali.

Fatte queste spiegazioni, andiamo a vedere alcuni dei fattori che portarono al disastro e che impedirono di arginarlo adeguatamente.

Il reattore RBMK era inaffidabile; questo era noto agli addetti ai lavori. Il gran numero di incidenti occorsi negli anni precedenti lo dimostrava. Dopo l’incidente, Shcherbina ne informa il Politburo e Gorbaciov richiede spiegazioni. Legasov (il vero Legasov) spiega che il reattore RBMK era necessario per la «missione Zaslon», presumibilmente uno scudo missilistico che richiedeva il plutonio prodotto dal reattore RBMK. Ecco, dunque, il primo motivo del disastro: un reattore inaffidabile viene comunque utilizzato per produrre materiale a uso militare. Questo miscuglio di intenti non era nulla di nuovo per l’Unione Sovietica, che aveva anzi trovato impieghi civili per le bombe atomiche. Secondo Brown, lo sviluppo del nucleare civile non ha come fine la produzione di energia in modo conveniente (perché non usare combustibili fossili?), ma proprio la legittimazione dell’armamento atomico di fronte a un pubblico terrorizzato dalla prospettiva della devastazione nucleare. Questo non è valido solo in URSS, dove l’atomo è trasformato in lavoratore dalla propaganda, ma anche in Occidente.

Al disastro seguono anni di silenzio imposto dall’alto. Un cerchio di 60 km di diametro intorno alla centrale viene abbandonato, ma non corrisponde alla reale contaminazione, depositatasi in modo ineguale su un territorio molto più vasto. I prodotti agricoli delle fattorie contaminate sono radioattivi e l’URSS si impegna per distribuirli comunque, diluiti fra gli altri. Gli ospedali che curano i liquidatori, la scienza nucleare, la medicina delle radiazioni sono segreti. Lo sono perfino i livelli di radiazioni delle vittime, e i medici devono imparare a desumerli per conto proprio dai sintomi dei malati.

Il libro parla diffusamente delle reazioni diverse alla tragedia nelle repubbliche di Ucraina e Bielorussia, e dei loro rapporti con il potere centrale a Mosca. Medici, scienziati e amministratori si trovano a remare fuori dagli occhi del pubblico pro o contro le iniziative o l’inazione del governo locale o federale. Negli archivi dell’epoca, si trovano le prove di un’immensa catastrofe della salute pubblica, che i volenterosi sovok non rimuovono, ma liberamente reinterpretano, traendo dai documenti, a vantaggio del Partito, l’opposto di quanto scritto.

Questo cambia quando le politiche di rinnovamento interno di Gorbaciov rendono impossibile mantenere il segreto. Puntare il dito su Chernobyl diventa allora il biglietto per il successo in politica e un importante argomento per le tendenze centrifughe dell’Ucraina in particolare. Si crea un doppio panorama: un’Unione Sovietica che ancora cerca di minimizzare e un’Ucraina che, invece, rivendica a gran voce il bisogno di aiuti dall’estero.

Segue una situazione complessa, in cui l’Occidente e l’ONU vengono invitati a porgere il loro aiuto, mentre l’URSS fa di tutto per tenerli a bada e continuare a minimizzare. È una storia di indagini guidate, di KGB e di furti di hard disk, dischetti e taccuini. Ma è anche una storia di doppiezza da parte dell’Occidente. Varie agenzie dell’ONU potrebbero effettuare le analisi nella zona contaminata. Fra queste, l’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica) ottiene la preminenza. Ma l’AIEA ha l’esplicito intento di favorire la diffusione dell’energia atomica, al punto, dice Brown, di essere considerata da altre agenzie ONU alla stregua di una lobby pro-nucleare. Una valutazione troppo negativa delle conseguenze del disastro di Chernobyl significherebbe negare la sicurezza del nucleare. Così le valutazioni degli impatti restano per anni sottostimati, mettendo un freno importante agli aiuti esteri e dando una buona scusa ai governi locali per non ricollocare le centinaia di migliaia di persone che ancora vivono in aree contaminate.

Anche l’idea occidentale che il disastro sia stato causato da incompetenza e mancanza di capitalismo viene messa in crisi, nel 2011, dal disastro di Fukushima Dai-ichi. Il governo giapponese reagisce, dice Brown, in uno stile che ricorda quello sovietico: non intende arginare le conseguenze del disastro sulla vita umana, bensì la percezione delle proporzioni della catastrofe e la conseguente disapprovazione pubblica verso il nucleare, cui il Giappone deve il 30% della propria energia. Così il governo non distribuisce pillole di iodio ai bambini, non fornisce attrezzatura adeguata ai pompieri, è riluttante nell’effettuare le misurazioni, alza i limiti di sicurezza della quantità di radiazioni assunte.

Brown legge in quest’ottica anche l’episodio degli spalatori di grafite sul tetto di Chernobyl (i “biorobot”): un errore di Shcherbina, che sacrificò la salute di centinaia di giovani nella fretta di ristabilire la produzione elettrica.

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Questo è forse il nocciolo del libro. Nel duello permanente fra chi riduce e chi invece amplia il ritratto dell’impatto di Chernobyl, Kate Brown è indubbiamente fra gli amplificatori. E non si tratta solo di Chernobyl, che non rappresenta che un millesimo del fallout radioattivo rilasciato nell’atmosfera. Gli accenni ad epidemie di tumori sulle isole Marshall, simili a quelli di Chernobyl, si muovono in questo senso: proprio per evitare il riconoscimento delle responsabilità dei governi per i test atomici, sarebbero stati insabbiati gli effetti sulla salute loro e di Chernobyl. È importante osservare che la posizione di Brown, con ovvi risvolti politici, non è addotta a suon di slogan, bensì argomentata con attenzione e supportata da interviste e un meticoloso lavoro d’archivio. Questo non significa che sia stata risparmiata dalle critiche, come è prevedibile, dato che confuta praticamente tutta la tradizione epidemiologica occidentale per quanto riguarda gli effetti del fallout radioattivo e accusa un buon numero di scienziati di aver agito contro l’etica umana e accademica. L’ovvio problema di un approccio di questo tipo è che dichiarare invalide praticamente tutte le fonti di una disciplina significa anche, automaticamente, esautorarne le risposte e creare un circolo di autoconvalida. Certo, questo può essere imposto dai risultati della propria ricerca, ma il rischio di rendere il lettore sordo da una parte è indubbiamente presente. Anche alcuni ritratti offerti fanno storcere il naso: quello di Jim Smith, abbastanza offensivo, ha probabilmente provocato la sua lunghissima recensione negativa apparsa sul «Journal of Radiological Protection». Consiglio di leggerla dopo il libro, in quanto risposta di un addetto ai lavori, proprio per ovviare al problema di autoreferenzialità e per non cadere nella tentazione di trattare un singolo libro come una Bibbia, mentre non è che uno, per quanto valido, dei tantissimi contributi in questo campo e anche in questa guerra dei dati a vantaggio e per il favore del pubblico.

Per il resto, il libro tratta diverse sfaccettature del fenomeno «Chernobyl» in modo esauriente. Alcune non sono state menzionate qui, come la diffusione della lana radioattiva o le indagini condotte dal KGB stesso perché non convinto dall’ufficiale levità degli effetti di Chernobyl, o il fatto che le paludi della Polesia erano già radioattive prima della costruzione della centrale, forse a causa di test atomici. La modalità in cui la ricerca è stata effettuata influenza come ne vengono riportati i risultati: alcuni parti del libro sono semplicemente di storia (x fece y perché z…), ma, spesso, Brown si inserisce parlando in prima persona. Questo avviene trattando dettagli autobiografici, come accennato in precedenza, ma anche attraverso descrizioni dirette delle interviste e delle ricerche effettuate sul campo, e, talvolta, parlando delle relazioni personali con gli intervistati. È un approccio che rende la lettura più leggera e che ricorda, in piccolo, Emmanuel Carrère. Tuttavia, a volte diventa troppo invadente (come altri direbbero di Carrère); un capitolo, «The Swamp Dweller», propone la vita di un’abitante quasi centenaria della Polesia contaminata, raccontata da lei medesima. In questo caso, il narratore avrebbe dovuto smettere di parlare di sé. Al contrario, invece di lasciarci ascoltare la storia di Halia, il narratore continua a intromettersi per raccontare la storia di come la sua mente reagisce sentendo la storia di Halia, presumibilmente per poter integrare la storia con ulteriori informazioni sulla storia del territorio.

Questo, però, è un passo particolare. Per il resto lo stile procede sostanzialmente bene, e Kate Brown ha una certa dote per la descrizione delle foreste, delle conversazioni e degli ambienti domestici. Soprattutto, sa individuare certi dettagli impressionanti, come il personale sanitario sovietico che affila gli aghi da riutilizzare. Cronaca e storia sono però certamente preminenti su questi sprazzi di letteratura.

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