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Autoritratti fatti con la sabbia: Intervista impossibile a Italo Calvino

di Silvio Perrella

Era già tardi quando il bus si fermò ad Aix. Una fermata improvvisa, in un luogo anonimo e senza punti di riferimenti. Le due o tre persone che scesero con me si dileguarono nel buio, ed io rimasi sul marciapiede senza capire quale direzione prendere.

Venivo da Marsiglia, e mi era stato detto : poco dopo la fermata troverai un grande viale che ti introdurrà nel centro della città. Non dico il centro, la ma stessa idea di città mi sembrava difficile da concepire. Cominciai a camminare. Intravidi delle luci, avvicinandomi capii essere un Casinò. Ma sembrava un luogo fantasma : illuminato, sì, ma senza una vita tangibile. Finalmente trovai un chioschetto di bibite e chiesi in che direzione si trovasse la città. Le indicazioni sembravano chiare, ma ben presto mi persi di nuovo. Intuivo che stavo camminando in cerchio. A volte mi sembrava di riconoscere luoghi in cui ero già passato e ben presto fui di nuovo nello stesso punto in cui ero sceso dal bus.

Evidentemente si trattava di una città invisibile, e proprio per questo avevano deciso di ambientarci un convegno su Italo Calvino. La mattina dopo, infatti, avrei dovuto tenere una relazione sulla temuta pulsione autobiografica dell’autore di Sanremo. Mi sarei soffermato su un suo modo speciale di costruire autoritratti, usando come materia prima la sabbia. Non intendevo sostenere che si trattasse di una sabbia tangibile e reale, bensì di una sabbia mentale, materia prima della scrittura calviniana.

Finalmente incontrai una persona. Fu gentile, a passo svelto attraversammo la notte, confabulando di viaggi, di Francia e di Italia, e di Napoli in particolare, dove il mio accompagnatore era stato anni prima. E finalmente arrivammo nella piazza che mi era stata descritta prima di partire. Da lì si dipartiva un largo e lungo viale. C’era una grande fontana al centro, e altre fontane avrei incontrato nei giorni seguenti e quella stessa notte, fino a giungere in albergo.

Oramai era davvero tardi, nel salire le scale di legno si rischiava d’infilarsi nei sonni altrui. La mia stanza era in alto, e per raggiungere il letto bisognava salire ancora più in alto su un soppalco. Il freddo di fuori era scomparso, un bel tepore si diffondeva dai caloriferi. Mi addormentai. E sognai che uno dei personaggi di Calvino interrogasse lo scrittore, che provasse ad espugnare i suoi celebri silenzi.

Degli autoritratti fatti con la sabbia, il giorno dopo parlai dinanzi al pubblico di Aix, ma oggi per gli atti preferisco riportare la trascrizione di quel sogno.

Intervista impossibile a Italo Calvino

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Calvino – Non amo dare interviste... Però...

Intervistatrice – Però...

Calvino – Però, oggi lei è stata gentile, quando mi ha salvato dai giornalisti, quelli veri. E poi quel suo interesse per le interviste impossibili. Anch’io, sa, ne scrissi due, negli anni Settanta. Allora diciamo che anche la nostra sarà un’intervista impossibile.

Intervistatrice – Diciamo così. Ho passato anni a leggere i suoi libri. So molto di lei, della sua biografia...

Calvino – Eccola, subito con la biografia. Ma se davvero mi conosce, sa bene che non amo parlare di me, della mia biografia. È una cosa che detesto.

Intervistatrice – Sì, però mi permetta. Che lei ami o meno parlare di sé, ogni volta che scrive è come se tracciasse un autoritratto : riflesso, ironico, straniato. La sua scrittura pullula di autoritratti.

Calvino – Crede ? Per me scrivere significa innanzitutto conoscere. E di me so così poco.

Intervistatrice – Quanto poco. Come mi ha insegnato lei, tra il nulla e il poco c’è una bella differenza. Saper poco è già qualcosa. E quel poco che sa, lei lo sa molto bene.

Calvino – Crede davvero ? Ero un ragazzo confuso, ma la Storia mi ha preso per mano e mi ha messo sulla strada della realtà, dei limiti che la realtà sempre impone a noi uomini.

Intervistatrice – La Resistenza, allude al suo salire sulle colline liguri, insieme a suo fratello Floriano, lo Sten sulle spalle ?

Calvino – La Resistenza. Oggi in Italia è tutto messo in discussione. La Storia non si sa più cosa sia, e io stesso, dopo gli anni Sessanta, ho cominciato a dubitare della Storia. Mi sono detto che bisognava pensare non ai secoli, ma alle ere geologiche. Gli amici marxisti mi accusarono di aver naturalizzato la Storia. Non saprei dirle. Però, se adesso smuovo la sabbia al fondo della quale è acquattato il ricordo della Resistenza, sì, mi sembra di poter rientrare in quel tempo, mi risovviene il ricordo di una battaglia. Devo essere capace di sgomitolare tutto il ricordo, di farlo emergere in superficie, di prestargli le parole giuste e poi di lasciarlo svanire com’è giusto che sia.

Intervistatrice – Ma crede ancora, come i due personaggi del suo primo libro, Il sentiero dei nidi di ragno, che sia possibile stare dalla parte giusta della Storia ?

Calvino – Che domande mi fa. Crede che sia facile risponderle, oggi che tutto – le parole, le immagini – è stato preso da una peste e nulla ha più una sua forma.

Intervistatrice – La forma. A lei è sempre stata a cuore la forma. Si scrive per dare forma al mondo, lo ha detto più volte. Ma cos’è davvero la forma ?

Calvino – La forma è darsi delle regole, e seguirle fino in fondo. Quando scrivevo Il barone rampante, decisi che Cosimo, il protagonista, una volta salitoci per una rivolta tutta sua, non sarebbe mai più sceso dagli alberi di Ombrosa. Arrivai in fondo solo perché motivato da quella regola.

Intervistatrice – Ogni cosa, a farla ragionando, aumenta il suo potere, lei scrive, proprio in quel libro. Però, mi lasci dire, se quel libro lo finiva prima, forse avrebbe funzionato di più.

Calvino – Non le do tutti i torti. Ma io sono Calvino di nome e di fatto.

Intervistatrice – A un Calvino calvinista non avevo mai pensato...

Calvino – Meglio che calviniano. L’aggettivo si attaglia più ai miei seguaci che a me. E d’altronde è sempre così. Lei pensa che Kafka fosse kafkiano, come i critici si sono accaniti a sostenere ?

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Intervistatrice – Mi fa venire in mente una sua dichiarazione, dove si divertiva a spiazzare i lettori elencando i suoi amori letterari. Guardi ce l’ho qui. Posso leggergliela, magari se n’è dimenticato.

Calvino – La legga, vediamo di cosa si tratta.

Intervistatrice – « Amo soprattutto Stendhal perché solo in lui tensione morale individuale, tensione storica, slancio della vita sono una cosa sola, lineare tensione romanzesca. Amo Puškin perché è limpidezza, ironia e serietà. Amo Hemingway perché è matter of fact, understatement, volontà di felicità, tristezza. Amo Stevenson perché pare che voli. Amo Cechov perché non va più in là di dove va. Amo Conrad perché naviga sopra l’abisso e non ci affonda. Amo Tolstoj perché alle volte mi pare d’essere lì lì per capire come fa e invece niente. Amo Manzoni perché fino a poco fa l’odiavo. Amo Chesterton perché voleva essere il Voltaire cattolico e io volevo essere il Chesterton comunista. Amo Flaubert perché dopo di lui non si può pensare di fare come lui. Amo Poe dello Scarabeo d’Oro. Amo Twain di Huckleberry Finn. Amo Kipling dei Libri della Giungla. Amo Nievo perché l’ho riletto tante volte divertendomi come la prima. Amo Jane Austen perché non la leggo mai ma sono contento che ci sia. Amo Gogol perché deforma con nettezza, cattiveria e misura. Amo Dostoevskij perché deforma con coerenza, furore e senza misura. Amo Balzac perché è visionario. Amo Kafka perché è realista. Amo Maupassant perché è superficiale. Amo la Mansfield perché è intelligente. Amo Fitzgerald perché è insoddisfatto. Amo Radiguet perché la giovinezza non torna più. Amo Svevo perché bisognerà pure invecchiare. Amo... ».

Calvino – Che vuole, a volte mi lasciavo andare. Non posso negare di aver letto e meditato su quel che ho letto.

Intervistatrice – Sì, ma quanti dei suoi autori non cita in questa bella cantilena del gusto letterario. Non c’è Queneau, né Perec. E Valery, e Borges...

Calvino – Ma sa che lei a volte è proprio seriosa. Si può anche giocare, qualche volta...

Intervistatrice – Sarà, ma sono i suoi giochi ad essere spesso molto seri. E certo non la biasimo per questo. Si capisce che lei non usa le parole a vanvera. Poche parole, ma ben ponderate. Comunque, è proprio sicuro che Kafka sia realista...

Calvino – Di Kafka ho sempre amato America. America e Pinocchio sono stati per me due dei modelli che mi hanno accompagnato nella mia scrittura. Gliel’ho già detto, a volte si gioca per metter in rilievo un aspetto, ma si tratta per l’appunto di un aspetto che non esaurisce il tutto. Anch’io sono stato perseguitato dalla critica : Calvino è realista, Calvino è fantastico ? Io mi divertivo a essere tutto, e spesso pubblicavo contemporaneamente libri che sembravano opposti, libri che potevano essere di autori diversi, ma che erano proprio miei.

Intervistatrice – Come in Se una notte d’inverno un viaggiatore, dove compaiono dieci inizi di romanzi dagli stili e le ambientazioni diversi. Ne so qualcosa di quel libro.

Calvino – A cosa vuole alludere ?

Intervistatrice – Glielo dirò più avanti, se lei mi metterà nelle condizioni di dirlo.

Calvino – Quanti misteri !

Intervistatrice – Certo è difficile stabilire chi sia il vero Calvino, o se un vero Calvino esista davvero. Lei gioca sempre al gioco del rovescio. Ogni cosa si trasforma nel suo opposto e così via. La sua voce di narratore a volte assume le fattezze del falsetto. Pensi al Qfwfq delle Cosmicomiche.

Calvino – Non lo nego. Ho usato il falsetto, perché con la mia vera voce non sarei riuscito a dire quel che il testo mi suggeriva di dire. Ho fatto presto i conti con questo mio problema. Quando provavo a scrivere qualcosa che mi stava molto a cuore, che mi coinvolgeva intimamente, mi bloccavo. Veniva fuori un testo grigio, inerte, pesante. Sa, ne ho scritti di romanzi che ho poi tenuto nel cassetto. Se invece immaginavo una voce non mia, una voce che si scrollasse di dosso i problemi dell’identità, allora mi veniva tutto più facile, e la penna correva sui fogli, e i libri si scrivevano quasi da sé.

Intervistatrice – Ne è proprio sicuro ? E tutti i fogli martoriati di segni, che si conservano nell’archivio di Pavia ?

Calvino – Sì, scrivere non mi è mai venuto facile, però a volte, le assicuro, la penna si metteva a correre davvero. Le felicità della scrittura sono poche, ma ci sono, eccome. E poi vorrei invitarla a veder le cose da una prospettiva più ampia. Scrivere per me ha sempre significato un modo di conoscere. La letteratura ha senso quando ha una dimensione antropologica, quando dice qualcosa sul nostro essere uomini e sul mondo che non può essere detto con nessun altro mezzo espressivo. E dunque, scrivere, in questa dimensione, non significa usare solo il proprio io ; anzi, l’io più lo metti da parte e meglio è. Scrivere significa fare i conti con il cosmo e insieme con la vita quotidiana. Nel gesto di metter fuori la spazzatura si può scorgere l’intero funzionamento di una società e nello stesso tempo riflettere sui propri rifiuti psichici.

Intervistatrice – Sì, mi ricordo quella sua prosa che s’intitola La poubelle agréée. L’ho sempre molto amata.

Calvino – Il fatto è che nessun singolo libro potrà esaurire i miei problemi di scrittore. A volte penso che tutto quel che ho scritto dovrebbe rientrare in una grande cornice, come La commedia umana di Balzac. Tutto quel che ho scritto non è che un frammento di un disegno più vasto, di cui io stesso non conosco l’esatta fisionomia.

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Intervistatrice – Ne so qualcosa.

Calvino – Di nuovo con questo refrain. Non solo è un po’ noiosa, ma anche saccentella.

Intervistatrice – Non raccolgo. È inutile.

Calvino – L’ho detto che non amo le interviste. Però, non so ancora perché, con lei parlo volentieri. E poi non posso certo starmene sempre in silenzio.

Intervistatrice – Come il signor Palomar, che, prima di parlare si morde la lingua tre volte, e se proprio ha qualcosa da dire parla, se no se ne sta in silenzio.

Calvino – Quel mio Palomar, quel mio Marcovaldo tragico, mi ha tenuto compagnia per quasi dieci anni. È con lui che ho attraversato la seconda metà degli anni Settanta e sono sbucato nel decennio successivo.

Intervistatrice – È con lui che ha imparato ad essere morto.

Calvino – Sì, ma essere morti non significava morire davvero, ma procacciarsi un tipo di sguardo, lo sguardo che devono avere i morti quando cercano di capire come continua la vita dopo di loro. Lo sguardo di cui aveva parlato il giovane Parise nel suo libro d’esordio. Però quando si arriva a formulare certi pensieri, vuol dire che la morte non è così lontana.

Intervisatrice – Non lo era, infatti. Ma lei lavorava alacremente, nella sua casa di Rocca Mare, nel Grossetano.

Calvino – Mi avevano commissionato delle conferenze, dovevo tenerle in America. Una cosa prestigiosa. M’imbarazzava, un po’. E mi attraeva. Pensai a dei valori che, attraversando i secoli, potessero servire al nuovo millennio. Gliel’ho detto, non credevo più al tempo della Storia così come la intendono gli storicisti. Avevo familiarizzato con le galassie, con i buchi neri, con le aporie del tempo. Pensai alla leggerezza. Fu il primo valore al quale mi misi a lavorare. Alacremente. Sì. A volte, attorno a un tema, scattano tutte le potenzialità della scrittura, si parla di sé parlando d’altro. E io volevo raccontare al mio pubblico americano come avesse fatto uno scrittore italiano a fare i conti con la propria lingua, con chi l’aveva usata, con la propria storia e con i libri che gli era capitato di scrivere e di leggere. Togliere peso : era stata la mia ossessione, sin da quel racconto che s’intitola La nuvola di smog. Sembrava che parlassi dell’inquinamento, lo sembrava anche a me allora, e invece comincia a prendere forma il tema della leggerezza. E da lì fino a Collezione di sabbia, senza darlo troppo a vedere, l’ho fatto mio, è diventato la mia bussola di scrittore e di uomo. Nel mito della Medusa, nella storia di Perseo che si salva perché usa il riflesso dello scudo per guardare al mondo, ritrovavo la mia storia. Riscoprivo tutti i trucchi che avevo usato per salvarmi dal morso divorante della Storia.

Intervistatrice – Voleva salvarsi, dunque. L’inferno dei viventi, di cui parla nella chiusa delle Città invisibili, non doveva avere la meglio.

Calvino – Volevo salvare l’arte della parola, volevo salvare la possibilità che un individuo si metta a raccontare, e attraverso la sua voce porti con sé un mondo, fatto di esattezza, di molteplicità, di visibilità, di coerenza... E che non rinunci alla leggerezza, quella del barone di Münchausen, quella di Cavalcanti, quella di Cosimo sugli alberi... Ma la leggerezza non è mai leggera come si crede, per raggiungerla c’è bisogno di lavoro, di sforzi ; bisogna tener duro, avere la fiducia di sbucare dall’altra parte, che il buio finisca, la galleria s’interrompa.

Intervistatrice – E lei quel buio se l’è trovato, invece, nei labirinti della mente. L’ha invaso, ma non prima che il testo fosse finito, messo in ordine dentro una cartellina, su uno dei tavoli del suo studio.

Calvino – Lei sembra sapere troppo, mi spaventa. Chi è ? Da dove viene ? Sono io adesso che voglio intervistarla. Parli.

Intervistatrice – Chi sono ? Io sono Ludmilla, la Lettrice con L maiuscola, la protagonista di Se una notte d’inverno un viaggiatore.

Calvino – Ludmilla ? Ma Ludmilla non esiste, è solo uno stillicidio alfabetico, caratteri stampati su dei fogli.

Intervistatrice – Eppure io mi chiamo proprio Ludmilla. E lei, così recalcitrante alla parola, con me ha parlato, e anche a lungo, lo sa ? La nostra intervista ora esiste. Ed è davvero impossibile.

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Come citare questo articolo

Italies, Revue d’études italiennes, n° 16, La plume et le crayon. Calvino, l’écriture, le dessin, l’image, 2012, Aix Marseille Université, CAER EA 854, 13090, Aix-en-Provence, France

Silvio Perrella, « Autoritratti fatti con la sabbia », Italies [En ligne], 16 | 2012, mis en ligne le 01 janvier 2014, consulté le 28 septembre 2019. URL : http://journals.openedition.org/italies/4415 ; DOI : 10.4000/italies.4415

L’autore

Silvio Perrella

Saggista – Presidente del Premio Napoli



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